5° Censimento generale dell’agricoltura
Risultati provvisori

Statistiche in breve - 20 giugno 2001


Informazioni e chiarimenti:
Servizio Censimenti sulle unità economiche
Via Ravà, 150 - Roma
Paolo Dini, Bruno Massoli Tel +39 06 5409396

PREMESSA

In occasione della Conferenza stampa tenuta il 20 marzo 2001, l’Istat ha anticipato i risultati preliminari del 5° Censimento generale dell’agricoltura 2000, con riferimento alle tendenze generali relative al numero di aziende agricole complessivamente censite a livello nazionale e regionale.

Oggi l’Istat diffonde ulteriori risultati provvisori del Censimento, desunti da elaborazioni effettuate sui dati comunicati dagli 8.100 Uffici di censimento comunali mediante altrettante schede di riepilogo. Esse contengono soltanto alcune informazioni di sintesi a livello di totali comunali, relative al numero delle aziende agricole, alla loro dimensione complessiva in termini di superficie, alle principali forme di utilizzazione dei terreni (seminativi, coltivazioni legnose agrarie, prati permanenti e pascoli, boschi), alla consistenza degli eventuali allevamenti secondo le principali specie di bestiame (bovini, ovini, caprini, equini e suini).

Le schede sono state compilate dagli Uffici di censimento comunali al termine delle operazioni di rilevazione sul campo ed immesse on line tramite un sito Internet aperto dall’Istat e dedicato al monitoraggio costante di tutte le attività censuarie. Con questo strumento è stato possibile avvalersi della collaborazione anche degli Uffici di statistica delle Regioni e, soprattutto, elaborare, a tre mesi dalla fine della rilevazione, alcuni dati che documentano le dimensioni del settore agricolo a livello nazionale e regionale, nonché le sue prevalenti caratteristiche strutturali. Alcuni confronti con i risultati del precedente censimento consentono di effettuare prime analisi delle tendenze decennali.

Attualmente i questionari di azienda, compilati da oltre 25mila rilevatori con intervista diretta degli agricoltori e revisionati da oltre 11mila coordinatori comunali, provinciali e regionali, sono sottoposti alle operazioni di registrazione controllata in 7 centri interregionali.

Entro la fine dell’anno terminerà il lavoro di registrazione, validazione ed elaborazione dei questionari compilati e, conseguentemente, saranno diffusi i dati definitivi a livello nazionale, regionale, provinciale e comunale.

A tale riguardo è opportuno sottolineare che, nell’ambito del processo di lavorazione statistica dei questionari aziendali, i microdati rilevati saranno sottoposti ai necessari controlli di qualità, secondo un rigoroso e sofisticato piano di ricerca delle incompatibilità e di correzione degli errori. Contemporaneamente l’Istat sta conducendo un’indagine di qualità per la stima dell’errore di misura su un campione di aziende censite, nonché un’indagine sulla copertura censuaria ottenuta, con riferimento ad un campione di 200 fogli di mappa catastali. A seguito dei controlli menzionati i risultati definitivi potrebbero differire da quelli provvisori che vengono oggi presentati.

Tra i dati provvisori diffusi oggi non sono presenti quelli relativi alle superfici e alle consistenze del bestiame. Per alcune regioni questi dati saranno resi noti in via provvisoria secondo il calendario allegato e previa ultimazione dei controlli sulle schede comunali di riepilogo da parte delle Commissioni di censimento regionali.

I risultati definitivi del 5° Censimento generale dell’agricoltura 2000 saranno diffusi entro la fine dell'anno 2001

 

LE AZIENDE AGRICOLE

Secondo i risultati provvisori, nel 2000 esistono in Italia 2.611.580 aziende agricole, forestali e zootecniche, con una diminuzione di 411.764 unità rispetto alla situazione accertata con il precedente censimento agricolo del 1990.

Rispetto alla tendenza nazionale, che ha visto una diminuzione delle aziende agricole pari al 13,6%, i dati per ripartizione geografica e per regione mostrano variazioni di entità piuttosto differenziata.

In particolare, la diminuzione del numero di aziende è stata assai più cospicua di quella media nazionale nelle regioni nord-occidentali e ha raggiunto il massimo in Lombardia (-43,1%) e Liguria (-38,2%). Anche nelle regioni nord-orientali la diminuzione del numero di aziende è stata superiore alla media nazionale e ha raggiunto il massimo in Friuli-Venezia Giulia (-39,3%) ed Emilia Romagna (-28,3). Meno pronunciata è stata la diminuzione in Veneto (-14,5%) e nelle Province autonome di Trento e Bolzano, dove i tassi di variazione si so1no mantenuti ben al di sotto della media nazionale. Nelle regioni centrali la diminuzione è stata di intensità generalmente inferiore a quella media nazionale, con l’eccezione delle Marche, dove le aziende sono diminuite del 17,1%.

Nelle regioni del Mezzogiorno il confronto tra i due censimenti pone in luce dinamiche piuttosto differenti. Sebbene la tendenza prevalente sia ad una diminuzione relativa del numero di aziende agricole inferiore a quella media nazionale, in Abruzzo e nel Molise i tassi di variazione sono stati ad essa superiori (rispettivamente -21,9% e -17,7%), mentre la Puglia è l’unica regione italiana a segnare un pur contenuto aumento delle aziende agricole, pari a +1,2% (Prospetto 1).

Grafico 1 - Aziende in complesso per regione. Anni 1990 e 2000

Grafico 2 - Aziende in complesso per ripartizione geografica. Anni 1990 e 2000

 

Le aziende con superficie agricola utilizzata (SAU) sono risultate essere 2.564.979, pari al 98,2% dell’universo nazionale. Anche in questo caso il confronto con il censimento del 1990 mostra una diffusa tendenza alla diminuzione del numero di aziende (-13,8%). I tassi di variazione per ripartizione geografica e per regione non mostrano significative differenze rispetto a quelli riferiti al totale delle aziende.

La forma di utilizzazione più diffusa è quella delle coltivazioni permanenti: il 70,6% delle aziende censite pratica questo tipo di colture agricole (Prospetto 3). Si tratta di 1.844.117 unità che coltivano prevalentemente vite, olivo ed alberi da frutta (Prospetto 2). Questa forma di utilizzazione dei terreni agricoli è particolarmente diffusa tra le aziende meridionali (80,5%), isole (76,9%) e regioni centrali (74,1%). Nelle aziende settentrionali la diffusione delle colture permanenti è nettamente inferiore; fa eccezione la Liguria, dove esse sono presenti nel 73% circa delle aziende. Se si considera la distribuzione territoriale delle aziende con coltivazioni permanenti (Prospetto 4), si nota che le quote più elevate sono quelle di alcune regioni meridionali. In Puglia è presente il 16,5% delle aziende italiane con coltivazioni permanenti, in Sicilia il 15,6%, in Campania il 10,2% e in Calabria un’ulteriore quota del 9,0%; nel Mezzogiorno si concentrano circa due terzi delle aziende italiane che praticano questo tipo di colture.

Rispetto alla situazione rilevata dal censimento del 1990, si è registrata nel 2000 una diminuzione delle aziende che praticano coltivazioni permanenti, pari al 15,2%. Questa variazione media è, tuttavia, la sintesi di dinamiche assai differenti tra le varie zone del Paese. Nel Nord-ovest la diminuzione si rivela molto consistente, pari al 47,0%; nel Nord-est la flessione è meno intensa ma comunque rilevante (-25,3%) con un massimo nel Friuli-Venezia Giulia (-47,9%); nelle regioni centrali il decremento è contenuto su tassi di variazione che oscillano intorno all’8%, con l’eccezione dell’Umbria dove il numero di aziende con coltivazioni permanenti è aumentato del 5,7%; nel meridione le dinamiche regionali tendono a divergere tra loro: rilevanti aumenti in Calabria (+29,7%) e Puglia (+19,0%), diminuzioni in Abruzzo (-17,6%) e Molise (-10,4%).

Meno numerose e in maggiore calo rispetto al 1990 sono le aziende che in Italia utilizzano terreni come seminativi. Esse costituiscono poco meno del 50% del totale censito, ma rispetto a dieci anni prima sono diminuite in misura più consistente (-25,9%) delle aziende con coltivazioni permanenti.

 

 

In termini assoluti esse sono più numerose nelle regioni meridionali, dove rappresentano il 35,5% del totale nazionale, e meno numerose nelle regioni nord-occidentali (10,3%). Tuttavia, il rapporto di frequenza relativa (Prospetto 3) dimostra che le aziende con seminativi sono più numerose nelle regioni settentrionali: rappresentano il 63,0% in quelle nord-orientali e il 53,7% in quelle nord-occidentali. Al contrario esse sono relativamente meno frequenti nelle regioni meridionali e in quelle insulari, dove sono rispettivamente il 45,5% e il 43,4% dei totali di ripartizione. A livello regionale la frequenza relativa delle aziende con seminativi è particolarmente elevata nel Friuli-Venezia Giulia (82,4%), nelle Marche (80,0%), in Emilia Romagna e nel Molise (in entrambe poco più del 73%), nel Veneto (69,0%).

Prati permanenti e pascoli sono forme di utilizzazione dei terreni praticate rispettivamente dal 12,7% e 9,3% delle aziende italiane. Anche in questi casi il numero delle aziende coltivatrici è diminuito nel corso del trascorso decennio in misura superiore (-23,1% per i prati permanenti e -22,7% per i pascoli) a quella del complesso delle aziende (-13,6%). Le aziende con prati e pascoli sono più numerose nelle regioni settentrionali, mentre in quelle meridionali prevalgono le aziende con pascoli. In particolare, le regioni nelle quali è relativamente più diffusa tra le aziende la coltivazione dei prati permanenti sono nell’ordine la Valle d’Aosta (85,7%), il Trentino-Alto Adige (49,8%) e il Piemonte (41,5%) (Prospetto 4). I pascoli sono, invece, forme di utilizzazione ad alta diffusione relativa non solo in alcune regioni alpine (Valle d’Aosta e Provincia autonoma di Bolzano), ma anche in alcune regioni del Mezzogiorno e, particolarmente in Sardegna (27,7%), Basilicata (26,9%), Molise (15,7%).

Circa il 23% delle aziende agricole italiane ha terreni boscati. Rispetto al 1990 il loro numero è diminuito del 23,1% (Prospetto 5), con forti variazioni negative soprattutto nelle regioni nord-occidentali (-45,4%) e in quelle nord-orientali (-19,8%). La loro distribuzione tra ripartizioni geografiche (Prospetto 4) appare piuttosto omogenea, essendo le quote percentuali comprese tra il 26,2% del Sud e il 20,2% del Nord-ovest, con l’eccezione delle Isole dove le aziende con boschi rappresentano solo il 7,4% del totale nazionale. Nondimeno, la situazione appare diversa se si considera la loro incidenza relativa rispetto al numero complessivo delle aziende presenti nelle varie aree (Prospetto 3). In questo caso appare evidente la maggiore diffusione relativa delle aziende con boschi nel Nord-ovest (48,5%), mentre la diffusione è assai contenuta nel Meridione (15,6%) e nelle Isole (9,2%).

In generale poco praticata è la arboricoltura da legno, che interessa solo il 2,2% delle aziende italiane, con una quota massima tra le aziende delle regioni nord-occidentali (7,2%).

Prospetto 5 - Aziende secondo le principali forme di utilizzazione dei terreni, per regione e ripartizione geografica. Anno 2000 (variazioni % rispetto al 1990)

REGIONI

AZIENDE CON

Seminativi

Coltivazioni permanenti

Prati permanenti

Pascoli

Boschi

D - VARIAZIONI PERCENTUALI RISPETTO AL 1990

PIEMONTE

-42,2

-40,3

-41,0

-49,3

-39,2

VALLE D'AOSTA

-47,4

-25,2

-27,2

-37,3

-33,9

LOMBARDIA

-39,0

-46,6

-48,6

-44,7

-54,7

TRENTINO-ALTO ADIGE

-47,2

-5,7

-6,7

-11,9

-0,2

- Bolzano

-48,3

0,5

-6,2

-9,7

-1,6

- Trento

-46,5

-8,8

-7,2

-17,2

0,8

VENETO

-19,2

-27,8

-16,1

-29,4

-13,5

FRIULI-VENEZIA GIULIA

-38,2

-43,9

-44,7

-41,2

-48,2

LIGURIA

-48,6

-39,8

-44,5

-65,7

-51,9

EMILIA-ROMAGNA

-31,4

-29,9

-18,8

-32,3

-30,8

TOSCANA

-23,9

-8,3

7,0

-3,2

-3,6

UMBRIA

-14,0

-5,7

21,6

9,6

6,5

MARCHE

-25,4

-17,5

40,7

-22,4

-16,9

LAZIO

-29,1

-12,1

25,4

-23,0

-14,0

ABRUZZO

-34,6

-18,0

-48,7

-50,2

-28,3

MOLISE

-28,0

-14,6

-50,8

-18,9

-24,5

CAMPANIA

-22,1

-6,2

-31,6

-19,5

-6,3

PUGLIA

-14,4

0,2

34,4

-25,4

-12,1

BASILICATA

-11,1

-8,9

-3,8

-14,8

-13,7

CALABRIA

-30,2

-6,9

-13,7

-21,2

-19,3

SICILIA

-18,5

-6,1

-12,6

-15,9

-4,5

SARDEGNA

-17,7

-9,8

-46,3

-19,9

-15,1

ITALIA

-25,9

-12,9

-23,1

-22,7

-23,1

NORD-OCCIDENTALE

-42,1

-41,1

-43,3

-50,4

-45,4

NORD-ORIENTALE

-27,2

-27,4

-18,0

-23,5

-19,8

CENTRALE

-24,9

-11,0

19,3

-14,2

-7,8

MERIDIONALE

-22,6

-5,7

-31,0

-21,9

-16,2

INSULARE

-18,3

-6,9

-29,9

-17,6

-11,3

Il confronto tra i risultati censuari del 2000 e del 1990 ha messo in luce che, a livello nazionale, i tassi di variazione del numero di aziende, ordinate secondo le principali forme di utilizzazione dei terreni (Prospetto 5), sono stati sistematicamente superiori al tasso di variazione del complessivo numero di aziende (Prospetto 2).

In particolare, a fronte di una diminuzione del totale delle aziende agricole pari al 13,6%, quelle con seminativi sono scese di circa il 26%, quelle con coltivazioni permanenti del 15,2%, quelle con prati permanenti e/o pascoli e/o boschi del 23% circa. Questi andamenti costituiscono nel loro complesso segnali di rilevanti cambiamenti intervenuti negli ordinamenti produttivi delle aziende italiane e, in particolare, indicano una diffusa tendenza alla loro specializzazione in un minor numero di forme di utilizzazione dei terreni. Il fenomeno sembra accomunare tutte le ripartizioni geografiche, anche se con differente intensità. Esso sembra essere stato rilevante nelle regioni nord-occidentali, dove alla diminuzione complessiva delle aziende pari al 39%, quelle con pascoli sono diminuite del 50%, quelle con colture permanenti del 47%, quelle con boschi del 45%, quelle con prati permanenti del 43% e quelle con seminativi del 42%. Analoghe tendenze si rilevano anche nelle Isole, dove a fronte di una complessiva diminuzione delle aziende pari all’8%, i tassi di variazione delle aziende ordinate per forma di utilizzazione dei terreni sono sistematicamente superiori, in particolare per le colture permanenti (-44,3) e i prati (-29,9%). Nelle altre aree geografiche il fenomeno sembra assumere direzioni più specifiche, in quanto le diminuzioni delle aziende sono, per alcune forme di utilizzazione, inferiori in termini relativi a quella complessiva di ciascuna ripartizione. Così, ad esempio, nelle regioni centrali e meridionali la diminuzione del numero di aziende con coltivazioni permanenti è stata di intensità significativamente inferiore a quella complessiva, segnalando una tendenza ad una maggiore specializzazione delle aziende in questa specifica forma di utilizzazione dei terreni.

 

LE AZIENDE CON VITE

Nell’ambito del censimento particolare attenzione è stata dedicata alla rilevazione delle aziende agricole che coltivano la vite. Queste sono risultate essere 768mila, pari al 29,4% del totale nazionale e al 41,6% di quelle con coltivazioni permanenti (Prospetto 6).

La loro distribuzione territoriale mostra una concentrazione relativa nelle regioni nord-orientali e centrali, dove rappresentano il 37,3% e il 35,1% dei rispettivi totali delle aziende censite. Tuttavia, la loro numerosità è particolarmente elevata nelle regioni meridionali, dove è presente il 34,2% delle aziende viticole italiane, anche se esse rappresentano una percentuale non elevata (26,1%) delle aziende agricole complessivamente localizzate nel Sud della penisola.

Se la loro diffusione relativa viene valutata in termini di quote sul totale di aziende con coltivazioni permanenti, i dati del Prospetto 6 confermano la forte concentrazione relativa nelle regioni nord-orientali (76,9%) e mostrano come anche nelle regioni nord-occidentali la quota sia elevata (59,7%).

Rispetto a dieci anni prima esse sono diminuite del 35,2%, una variazione negativa assai superiore a quella media delle aziende agricole italiane. Pertanto, esse rappresentano oggi una quota sensibilmente inferiore a quella del 1990.

 

Se si eccettuano le due Province autonome di Trento e Bolzano, la diminuzione delle aziende che coltivano la vite è stata rilevante in tutte le regioni, ovunque nettamente superiore al tasso di variazione del complessivo numero di aziende agricole. Anche nelle regioni meridionali ed insulari, dove queste ultime sono diminuite rispettivamente del 6,1% e dell’8,0%, le aziende viticole hanno registrato nel decennio trascorso variazioni negative quasi sempre superiori al 30%, con una punta di massimo in Calabria (-41,1%). Analogo fenomeno si è rilevato anche in Umbria e Toscana, dove la diminuzione delle aziende agricole è stata contenuta rispettivamente all’1,9% e al 6,1%. Il fenomeno ha raggiunto livelli massimi in alcune regioni settentrionali e, segnatamente, in Liguria dove le aziende viticole sono diminuite di poco meno del 60%, in Lombardia (-52,2%), in Friuli-Venezia Giulia (-46,7%) e in Piemonte (-42,9%).

 

Grafico 3 - Aziende con vite. Anno 2000 (variazioni % rispetto al 1990)

 

 

LE AZIENDE CON ALLEVAMENTI

La tendenza alla diminuzione delle aziende agricole viene confermata anche per le unità che praticano l’allevamento del bestiame. Nel 1990 esse erano più di 1 milione, mentre nel 2000 si sono ridotte a 640 mila, con una variazione negativa pari al 38,6%. Le maggiori riduzioni hanno riguardato l’allevamento di bovini e/o bufalini e quello di suini: le aziende allevatrici sono diminuite nel primo caso di 149 mila unità (-46,6%) e nel secondo caso di 175 mila unità (-49,0%).

Il fenomeno è avvenuto in tutte le regioni con intensità cospicue, ma con significative differenze. Conseguentemente la distribuzione territoriale è mutata in misura consistente. Il Veneto e la Campania restano le regioni con maggior numero di unità allevatrici, con quote percentuali sul totale nazionale rispettivamente pari al 12,9% e al 10,8%. Il Piemonte ha subito una diminuzione molto ampia del numero di aziende (-59,6%), cosicché è passato tra le regioni dalla quarta alla settima posizione. Anche il Friuli-Venezia Giulia, la Liguria e la Lombardia perdono posizioni a seguito di rilevanti riduzioni del numero di aziende con allevamenti, in misura rispettivamente pari al 63,2%, al 59,3% e al 53,2%. Al contrario meno pronunciata della media nazionale è stata la riduzione di aziende nelle regioni centrali: in particolare, Umbria e Marche hanno visto diminuire il numero di aziende in misura significativamente inferiore al tasso di variazione registrato a livello nazionale. Nel Mezzogiorno sono la Sardegna e la Campania ad aver registrato la più contenuta riduzione del numero di aziende, in misura rispettivamente pari al 26,9% e al 28,0%. Nelle regioni settentrionali solo nella Provincia di Bolzano la riduzione è stata nettamente inferiore a quella media nazionale, pari al 12,2%.

Grafico 4 - Aziende con allevamenti per regione. Anni 1990 e 2000

A seguito di questi rilevanti mutamenti si è determinata una sostanziale parità nella distribuzione delle aziende allevatrici tra le aree geografiche. In particolare, più di un quarto del numero complessivo di aziende zootecniche è localizzato rispettivamente nel Nord-est, nel Centro e nel Sud, mentre il Nord-ovest ne comprende il 13% e le Isole una marginale quota pari a poco meno del 7%.

 

Grafico 5 - Aziende con allevamenti per ripartizione geografica. Anni 1990 e 2000